facebook
instagram

SEGUICI SUI NOSTRI SOCIAL


facebook
instagram

festinalentepc @ 2025 All Rights Reserved 

"Nulla di nuovo, tranne la confusione"

29-08-2025 18:02

Staff

Articoli,

"Nulla di nuovo, tranne la confusione"

(liberamente ispirato da Elvezio Galanti e dalla tragicommedia normativa italiana)

Partiamo da un titolo degno di un romanzo distopico (o forse di una sitcom italiana): “Non c’è nulla di nuovo eccetto quello che è stato dimenticato”. 

Parole sante di Elvezio Galanti, già direttore generale della Protezione Civile italiana, che nel suo scritto ci accompagna per mano nel labirinto delle norme italiane sulla protezione civile. 

Un labirinto dove, invece di cercare l’uscita semplificando, si preferisce alzare muri, aggiungere trappole e magari anche qualche Minotauro normativo.

L’obiettivo sarebbe semplificare. L’effetto è moltiplicare. Obblighi, doveri, scartoffie, sigle misteriose. È come se ci fossimo detti: "La burocrazia ci sta soffocando, risolviamo il problema... aggiungendo altra burocrazia!"
E qui entra in scena la Delibera G.R. n.911 del 01/08/22 della Toscana, un vero capolavoro di ironia involontaria. 

Si obbligano TUTTI i comuni a dotarsi di un Centro Operativo Comunale, anche se fanno parte di una gestione associata. 

Chi ha scritto questa delibera, probabilmente ignora che esistono comuni con due dipendenti. Due. E spesso oberati di lavoro e pressati da scadenze. 

Dunque ci chiediamo: cosa dovrebbe fare un piccolo comune? Clonare il personale? Assumere il sindaco come cuoco, autista e coordinatore COC allo stesso tempo?

Nel frattempo, la gestione associata – che teoricamente dovrebbe servire a unire le forze – riceve giusto un compitino di Ce.Si. (Centro Situazioni). È un po’ come se in una squadra di calcio, al portiere venisse chiesto di fare anche il difensore, il centrocampista e l’attaccante e ai restanti dieci di contemplare il manto erboso e di stirare le bandierine del calcio d’angolo.
Ma allora, scusate la domanda: che senso ha aderire a una gestione associata? Forse è come quegli abbonamenti in palestra che si fanno a gennaio per poi dimenticarsene a febbraio?
E giusto per non farci mancare nulla, ecco anche il DPCM del 30 aprile 2021, che impone l’implementazione del famigerato Catalogo Nazionale dei Piani di Protezione Civile. Catalogo. Nazionale. Dei Piani. Cosa significa, esattamente? Che ogni sindaco deve versare lacrime e sangue per inserire il proprio piano dentro un mega-database nazionale? E per chi? Per il Presidente del Consiglio? E questo cosa fa, quando ha l’insonnia? Si legge il piano di protezione civile del Comune di Gavorrano per conciliarsi il sonno?
E poi, scusate, ma il Piano Mercurio degli anni '80 non ci ha insegnato nulla? Una banca dati è un’entità viva solo se aggiornata. 

E il sindaco, autorità di protezione civile, deve coordinare, prevenire, intervenire, informare la popolazione, avvisare la prefettura, compilare moduli e – già che c’è – vigilare che i dipendenti comunali aggiornino i dati da inserire nel Catalogo Nazionale dei Piani di Protezione civile. E se anche ci riuscisse, con immani sprechi di tempo, risorse e pazienza, a cosa servirebbe questa banca dati? 

A render felici i server della Sogei? 
Ma attenzione: se qualcosa va storto, se un’alluvione travolge, se una frana crolla o se il vento abbatte gli alberi e ci sono delle vittime, è il sindaco a finire sotto inchiesta.
Disastro colposo e Omicidio colposo. Certo, eccolo lì, in fascia tricolore davanti al PM: 
“Dunque, Sindaco, lei dov’era quando il fiume ha esondato?” 
“A verificare che il mio unico dipendente inserisse la targa del nuovo Fiorino nel nostro Piano Comunale, così da poter aggiornare il Catalogo Nazionale dei Piani”. 
Nel frattempo, lo Stato centrale e le Regioni continuano a scaricare sui Comuni una mole crescente di obblighi, responsabilità, piani, regolamenti e adempimenti. Peccato che ai Comuni manchino spesso le risorse umane, economiche e tecniche persino per tenere in piedi l’ordinaria amministrazione. Però devono ottemperare. Come? Problema loro.
Eppure – almeno sulla carta – la Costituzione italiana è chiarissima: principio di sussidiarietà, adeguatezza, differenziazione e leale collaborazione. Tutti bei concetti che dovrebbero garantire un equilibrio tra livelli istituzionali.
Nella realtà, sembra invece che Regioni e Stato abbiano fatto un patto: “Noi diamo ordini e scarichiamo responsabilità, voi sindaci arrangiatevi e se qualcosa va storto, ci vediamo in tribunale.”
E come se non bastasse, l’ANCI, che dovrebbe essere il sindacato dei sindaci, si limita a presenziare alle conferenze stampa e a diramare comunicati preoccupati, ma all’atto pratico non alza mai la voce.
Così il sindaco resta solo, con la colpa in tasca e lo Stato alle spalle. Ma non per sostenerlo. Per spingerlo giù.
In tutto questo, la Regione Toscana – che in teoria avrebbe anche una voce in capitolo, vista la competenza concorrente in materia – anziché opporsi a questa deriva kafkiana, decide di rilanciare. 

E lo fa, in una direttiva di prossima pubblicazione – introducendo tra l’altro un sistema di codifiche in cui si distinguono le facoltà umanistiche da quelle scientifiche ed entrambe queste dal conservatorio.
•    S09 per le facoltà umanistiche
•    S10 per le scientifiche
•    S11 per i conservatori
Perché? Forse – e lo diciamo con la dovuta serietà che richiede il tema – gli studenti di filosofia sono ritenuti più distratti in caso di emergenza rispetto a quelli di ingegneria? Oppure si pensa che i suonatori di contrabbasso, in caso di alluvione, possano usare lo strumento come canoa?
Alla fine, però, la domanda più amara è sempre la stessa: perché continuiamo a dimenticare tutto il passato e a commettere sempre gli stessi errori? Forse perché, nella Protezione Civile come nella vita, l’unica vera emergenza è il buonsenso... e quello, purtroppo, non lo trovi nei cataloghi.